Pascal e la ricerca della felicità

Blaise Pascal è stato un fisico, filosofo, teologo e molto altro. 

Tutti lo ritengono importante per il suo ruolo nella matematica, qui invece vorrei parlarvi della sua indagine nel campo della natura umana, in particolare nella "ricerca della felicità".

Egli ritiene che la felicità non è un astratto dovere, ma è un bisogno di ognuno, a cui non si può scampare, perché ogni individuo "vuole essere felice e non vuole essere che felice, e non può non voler esserlo". Ognuno percorre una diversa strada per soddisfare questo bisogno: chi è felice con la ricchezza, chi con gli amici, chi in solitudine, chi facendo guerra, chi facendo pace e chi cercando di rendere felici gli altri. Bisogna però distinguere la felicità dal Divertimento, o meglio, dal Divertissement. Questi due elementi, Felicità e Divertissement, non sono la stessa cosa, anzi,potrebbero essere uno il contrario dell’altro: la Felicità è una cosa profonda, trascendente ed essenziale; il Divertissement è superfluo, materiale e meno importante. Si può essere felici anche senza divertimento, se la strada per la propria felicità non lo richiede.

 

Ma oggi, nel ventunesimo secolo, pare che “Divertimento” sia sinonimo di “Felicità”. Tutti sognano di vivere immersi nella ricchezza e nel lusso dell’apparenza. Ma a volte il divertimento è solo apparente e spesso, per chi lo prova, va bene così, poiché sembrando di essere divertiti si è felici. Ma cos’è che provoca tormento nel piacere e nel divertimento degli uomini e delle donne? La risposta a questa domanda Pascal la identifica con l’invincibile forza della Morte, tanto potente quanto Amore e Felicità. Questa è una meta che nessuno vuole raggiungere, perché quando si giunge a destinazione, bisogna abbandonare tutti i piaceri, i beni e le apparenze raccolti durante il proprio tortuoso viaggio. Essa non si fa vedere solo quando giunge la fine di una vita, ma è sempre dietro l’angolo, in attesa, guardando ogni individuo, e la sua presenza provoca tormento e timore.  Ovviamente nessuno vuole provare angoscia e infelicità, dunque il primo rifugio che si incontra lungo la strada è il Divertissement, abbastanza efficace da far distogliere lo sguardo dalla malinconia per un po’ di tempo.  Però in questo modo, ci si nasconde e non si conclude niente: l’infelicità va sconfitta. Ma allora perché non andare oltre e cercare un’altra soluzione?

Il filosofo immagina di ritrovarsi misteriosamente in un’isola. Egli però non è da solo ma ci sono altre persone. Non sa come ci è arrivato ma è certo di una cosa, non ha deciso lui di venirci e, guardandosi attorno scopre che anche gli altri vivono nel mistero e la maggior parte di essi non si pone  domande. Così inizia a pensare che è stato un essere superiore a decidere la sua sorte, forse un dio. Ma quale dio? Quale religione?  Questa è una questione sulla quale ci si interroga da sempre. È normale che per un cristiano cattolico, il Cattolicesimo sia l’unica vera religione e tutte le altre siano false, così come per un induista l’Induismo sia l’unica strada giusta da seguire. Ciò avviene poiché ogni fede promette premi per i giusti e punizioni per i “malvagi”. Così si segue una religione o per timore di punizioni o per ambizione di raggiungere una felicità immateriale.

 

Su questo tema si pronuncia un altro filosofo, Pietro Pomponazzi, il quale afferma che le religioni non sono necessarie e che si può vivere virtuosamente anche senza aspettarsi “premi” nell’aldilà.

Però, per Pascal, la vera religione è il cristianesimo e sostiene la sua tesi con una serie di prove: profezie avverate, miracoli e tracce divine negli umani stessi. Proprio su quest’ultimo aspetto si sofferma di più, individuando all’interno di ogni individuo elementi di grandezza ed elementi di miseria, i primi derivanti dal momento prima della “caduta” di Adamo ed Eva, gli altri riconducibili ai fatti successivi. Ma la vera grandezza sta nel riconoscere la propria miseria davanti ad un universo forse infinito. Socrate diceva “so di non sapere”, per questo era un uomo sapiente.

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